Calogero ZUCCHETTO: "Un poliziotto di strada"

Sutera, 14-11-1982 14-11-2007

   Sessanta giorni dopo l’uccisione di Dalla Chiesa, il 14 novembre 1982, venne assassinato in un elegante bar del centro di Palermo, Calogero Zucchetto, poliziotto della sezione investigativa che aveva da poco compiuto ventisette anni. E i giornali italiani, forse stanchi per l’overdose dell’argomento mafia nell’ultimo periodo dedicarono un modesto rilievo a quell’agguato che invece confermava, ancora una volta, quanto fosse alto il potere militare delle cosche sul territorio. Era un’agente semplice Zucchetto, perché meravigliarsi se avevano tolto di mezzo anche lui? In realtà Zucchetto svolgeva un delicatissimo lavoro sul rapporto dei “162” – quello che piaceva a Dalla Chiesa – e per conto del suo direttore superiore – il funzionario della sezione investigativa, Ninni Cassarà – faceva da esca in ambienti mafiosi pur di riuscire a mettere insieme un tassello dietro l’altro. Un bel ragazzo, dall’aria un po’ dinoccolata, che aveva iniziato il suo apprendistato a diciannove anni, e per una breve parentesi aveva preso parte alle prime rudimentali scorte affiancate al giudice Falcone. Esuberante, gran lavoratore, intelligenza pronta, Zucchetto aveva manifestato subito il desiderio di “andare in strada”. Trascorreva nottate intere nelle discoteche e nelle paninerie palermitane. Aveva ottimi agganci anche nel mondo grigio della prostituzione, delle case di appuntamenti, delle sale corse, del mercato ortofrutticolo, punti di riferimento naturali questi di una varia umanità che a Palermo spesso incontra la mafia sul suo cammino.
   (…) Spesso con il suo “vespone” anche quando non era in servizio, se ne andava in giro per i viottoli degli agrumeti di Ciaculli, gli occhi bene aperti a spiare i movimenti degli uomini dell’esercito del boss Michele Greco, soprannominato il “papa”. Alla fine di ottobre giunse alla mobile la “soffiata” giusta: qualcuno giurava di aver visto in un’auto, dalle parti di Villabate, il boss Salvatore Montalto, che da tempo si era dato alla latitanza. Per accertare questa circostanza Zucchetto – incaricato da Cassarà di occuparsi del caso – impiegò una decina di giorni, trascorsi con altri collaboratori in uno snervante lavoro di appostamento a bordo di un’auto senza radio (quindi non collegate con la centrale) per non alimentare i sospetti.
   Finalmente la mattina del 28 ottobre, dalle parti di Ciaculli, il poliziotto ficcanaso incontrò tre uomini che parlavano fra loro, accanto alle auto dalle quali erano scesi.
   Un brivido scosse Zucchetto: ma quello non era Salvatore Montalto? E quell’altro non era il feroce super killer Pino Greco soprannominato “ “scarpuzzedda”? E c’era anche Mario Prestifilippo, “Mariuzzo”,giovanissimo tiratore scelto che si sarebbe macchiato di decine e decine di delitti per conto delle cosche legate ai corleonesi. Una pesca davvero miracolosa quel giorno. Tanto miracolosa da non potere essere messa a segno con la semplice “esca” Zucchetto. (…) Dovette precipitarsi alla cabina telefonica più vicina, chiese rinforzi,ma volò via del tempo prezioso. Un buco nell’acqua: i tre si erano dileguati. Il 31 ottobre, appena tre giorni dopo, Zucchetto e altri poliziotti si nascosero alla meno peggio tra piccoli alberi di limoni poco distanti dalla villa dove Salvatore Montalto, ancora ignaro di tutto, trascorreva la sua latitanza. (…) Ancora una volta i poliziotti preferirono attendere l’occasione più propizia. Il primo novembre ’82, il cerchio si strinse: Ninnì Cassarà e Calogero Zucchetto, con l’aria innocente di due giovani universitari, ripercorsero in vespa la zona proibita. Si imbatterono in “scarpuzzedda” e Prestifilippo ed ebbero entrambi la spiacevole sensazione che la loro presenza questa volta non fosse passata inosservata. Il 7 novembre ’82 la villa del latitante Salvatore Montalto venne accerchiata con tutti i crismi, e l’irruzione dei poliziotti si concluse con la cattura del boss. Zucchetto non prese parte al blitz. Non firmò alcun atto di servizio. Le precauzioni non servirono: anni prima, quando ancora i Prestifilippo non erano ricercati perché non inseriti nel rapporto dei “162”, Zucchetto li aveva conosciuti e frequentati. Il poliziotto aveva tradito la loro antica ospitalità. Si era spinto fin dentro quella roccaforte di mafia – la borgata di Ciaculli - dove i latitanti razzolavano indisturbati. Una bella lezione, ormai, non gliela levava nessuno.
   Zucchetto aveva l’abitudine di lavorare anche di domenica, e quindi poteva benissimo essere ammazzato anche di domenica: un modo sbrigativo scelto dalla mafia per ripetere che non gradisce i funzionari troppo zelanti, e anche un modo di approfittare della maggiore rilassatezza della vittima designata. Zucchetto venne ucciso alle 21 e 25 del 14 novembre, con cinque colpi di pistola calibro 38, davanti al bar Collica, dopo aver consumato la sua ultima birra e il suo ultimo panino.
   (…) Zucchetto fu il primo di un’altra lunga serie. Sarebbe stato assassinato Cassarà , il suo diretto superiore. Sarebbe stato assassinato Giuseppe Montana, l’altro funzionario che dava la caccia ai latitanti. Cassarà e Montana capirono più degli altri il significato vero dell’eliminazione di Zucchetto. Si resero conto che le famiglie dell’eroina stavano tornando – dopo l’uccisione di Boris Giuliano a prender di petto la polizia.
   Cassarà, Montana e Zucchetto, avevano contribuito alla stesura di quel rapporto dei “162”, primo tentativo serio di inquadrare ciascuna famiglia al posto giusto, disegnando la mappa dei cosiddetti “vincenti” e “perdenti”.
   (…) Ma la morte del poliziotto – esca venne letta con la giusta chiave solo dagli addetti ai lavori.

Tratto da "Venti anni di mafia" di Saverio Lodato, Bur 2000
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