L'ascensore di Sutera divide le coscienze

C'e' chi auspica una rapida realizzazione e chi si oppone dichiarando che, nel caso sia realizzato, continuera' a usare il vecchio camminamento per giungere sul monte.
   L'ascensore per il monte San Paolino divide!
   Al di la' delle radicalizzazioni delle posizioni, le ragioni del pro-opera possono essere sintetizzate nei seguenti punti: sviluppo turistico con utilizzo del neo Santuario Diocesano sul monte per officiare matrimoni e cerimonie indimenticabili magari affiancati da trattenimenti in catering nel piazzale antistante la chiesa e ancora facilita' di accesso alla vetta del monte per favorire il culto dei Santi Paolino e Onofrio e per godere di una vista indimenticabile che spazia dalle Madonie all'Etna al mare di Agrigento.
   Chi si oppone, sostanzialmente parla di "una profonda cicatrice sul volto di una bellissima donna", degli altissimi costi sia di gestione sia di manutenzione ordinaria e staordinaria dell'ascensore e della perdita del cammino spirituale che intraprende chi percorre l'attuale strada pedonale di accesso alla cima.
   A sostegno delle ragioni del contro vi e', secondo l'ingegner Mistretta, anche la storia recente.
   L'ingegner Pippo Mistretta, mussomelese ma che da trent'anni vive e lavora in Sardegna, insieme con il suo cortese ma fermo "No all'ascensore, per favore!" ci ha fatto pervenire un brano, tratto dal suo romanzo inedito "I cuticchi di Monte Salito", in cui parla del Monte San Paolino, dei "muri della vergogna" e dell'ingenuita'.
   L'ingegnere torna ogni anno a Mussomeli e sente il nostro territorio come anche suo.
   E giustamente, aggiungiamo noi.
Giovanni Chiparo
EMail: johnchipCHIOCCIOLINAtiscali.it


LA ROCCA DI SUTERA
La rocca guarda torvamente il paese di Monte Salito per ricordargli che mille anni prima Sutera era una importante città del Regno di Sicilia, anzi una della quarantadue Città del Re (Urbs Subtilissima), mentre i Monsalitesi costituivano appena una tribù di pastori straccioni e primitivi.
   E di che pasta fossero fatti i Suteresi di allora, lo dimostrò Francesco Salamone, vissuto fra il XV ed il XVI secolo, e fuggito in giovane età da Sutera per evitare le conseguenze dell'uccisione in duello di un coetaneo. Divenuto soldato di ventura, nel 1503 partecipò alla storica disfida di Barletta sotto il comando del più celebre Ettore Fieramosca che affrontò e sconfisse in torneo i tredici cavalieri francesi del capitano La Motte in seguito all'offesa da questi arrecata all'onore degli Italiani.
   Salamone, dopo il vittorioso torneo, tornò a Sutera, dove visse per breve tempo onorato dai compaesani, ma povero e solo. Per fortuna aveva però uno zio materno a Monte Salito da cui ricevette un poco di sostentamento ed il consiglio buono:
- Cicciuzzu, tu si minchiuni comu tutti li Sutrisi! Arricordati sempri ca è megghiu fari la guerra pi la robba ca pi l'onuri.
   La spada di Salamone tornò quindi al soldo dei potenti, offrendosi disinvoltamente prima al Conte di Potenza, poi ai Francesi ed in ultimo al Papa durante l'assedio di Parma. Il cavaliere si ritirò infine a Roma, non ancora vecchio, con un gruzzolo di molte migliaia di scudi d'oro.
   Dopo quel buon esito, il consiglio dello zio di Francesco Salamone divenne un imperativo categorico per gli abitanti di Monte Salito; e fu da allora che Sutera decadde e Monte Salito prosperò (o forse avvenne il contrario: dipende dai punti di vista).
   Ma a prescindere dalla supponenza di quel masso isolato che ora domina un paese con pochissimi abitanti, bisogna proprio dire che la rocca è davvero maestosa e che, con la sua mole imponente, incute ancora soggezione a tutti i paesi della vallata.
   E dire che ci fu un tempo in cui la rocca rischiò di perdere il suo splendido isolamento e la sua sagoma reverenda.
   Accadde che Onofrio Scibetta, più volte sindaco di Sutera, si candidò al Parlamento nella lista della Democrazia Cristiana il cui segretario gli assicurò che sarebbe stato per il Partito il candidato di punta "nel quadro di una nuova politica di attenzione ai paesi dell'interno i cui valori tradizionali costituiscono il cemento vivificatore dei nostri ideali."
   Ed anche gli altri candidati, per leale disciplina di partito, assicurarono tutti che nella loro area di influenza elettorale, il nome di Scibetta sarebbe stato portato come seconda preferenza.
   Con queste premesse, si trattava solo di attendere la proclamazione del nuovo deputato il quale condusse una campagna elettorale all'insegna del ringraziamento degli elettori che ormai lo chiamavano "onorevole":
- Grazie amici, ma è doveroso aspettare il responso delle urne.
   Ed il responso arrivò: solito plebiscito per la Democrazia Cristiana e solo ottocento voti di preferenza, quasi tutti a Sutera, per il povero Scibetta.
   Chiunque avesse frequentato le sezioni del Partito in quella campagna elettorale, sapeva benissimo che il candidato Scibetta era nel gruppo degli agnelli sacrificali, ma nessuno negò al trombato una parola di stupore e di indignazione per quel clamoroso risultato. Lo stesso Scibetta cercò di chiederne conto e ragione al segretario provinciale il quale però si fece puntualmente negare al telefono.
   Ma Scibetta era pur sempre un grande elettore ed il partito di maggioranza non lesinava mai un premio di consolazione a coloro che si erano comunque spesi per il risultato complessivo. E così il segretario, per togliersi subito dall'imbarazzo, chiamò l'assessore regionale ai lavori pubblici pregandolo di accordare ‹a 'ddu cugliuni› un'importante opera pubblica per il suo paese.
   Meglio di niente, e Scibetta pensò ad un'opera che potesse toccare le corde degli abitanti di Sutera e testimoniare per sempre la sua considerazione fra i potenti.
   Sulla rocca c'è la piccola chiesa di San Paolino, patrono di Sutera, raggiungibile solo a piedi attraverso un sentiero strappato agli strapiombi e perciò fruibile solo da persone giovani ed in salute; bisognava costruire una strada per consentire a tutti, in automobile, di recarsi a chiedere la grazia del Santo.
   Detto e fatto: progetto, finanziamento, appalto ed immancabile cerimonia di posa della prima pietra alla presenza del Presidente della Regione.
   I lavori, subito iniziati alla base della rocca, rappresentarono un'attrattiva per i Suteresi che ne seguirono l'avanzamento con espressioni di soddisfazione e commenti di condivisione delle soluzioni tecniche adottate. Ma ben presto la soddisfazione si trasformò in perplessità ed infine in sgomento man mano che possenti muraglioni in cemento armato si elevavano dal suolo a ghermire la nuda maestà della rocca. Nessuno osò manifestare la propria contrarietà verso quei mostri che, giorno dopo giorno, venivano nutriti a calcestruzzo ed acciaio, ma tutti cominciarono a pregare San Paolino perché fermasse quello scempio.
   E qui bisogna immaginare che San Paolino, pur condividendo il sentimento dei Suteresi, non abbia voluto esporsi direttamente con un miracolo che sarebbe stato interpretato come un fulmine dal cielo contro il devotissimo Onofrio Scibetta; ed opportunamente il Santo approfittò di un acquazzone autunnale per provocare una vistosa inclinazione dei muraglioni.
   Scibetta, che non difettava di prudenza, comprese allora che un'opera così ardita avrebbe rappresentato per sempre una spada di Damocle sulla sua carriera politica, ancora aperta malgrado il recente insuccesso, e chiese quindi all'assessore di fermare in qualche modo quei lavori.
   La soluzione arrivò in fretta e soddisfece tutti: l'Assessorato avrebbe addebitato il dissesto a causa naturale ed avrebbe riconosciuto all'impresa il pagamento dei lavori già effettuati, compresa la demolizione dei manufatti ed il ripristino dello stato dei luoghi; e l'impresa, da parte sua, avrebbe sottoscritto una rescissione consensuale del contratto d'appalto.
(da "I cuticchi di Monte Salito" di Pippo Sergio Mistretta)



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